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ISTAT: Un'Italia sempre più anziana - Quale futuro per l'assistenza ?

Leggera flessione rispetto al 2017

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Nel 2065, ovvero tra 47 anni, la popolazione italiana sarà pari a 54,1 milioni, con una flessione rispetto al 2017 di 6,5 milioni. È quanto calcola l’Istat nel Report sul futuro demografico del Paese  pubblicato lo scorso 3 maggio. L’Istituto di statistica stima inoltre un innalzamento dell’età media di cinque anni – per le donne supererà i 90 anni – e un preoccupante picco di invecchiamento. 

Secondo il rapporto, tra il 2045 e il 2050, il 34% degli italiani (oltre un terzo) avrà infatti più di 65 anni. Inevitabile l’aumento della spesa per sanità e pensioni e l’interrogativo sulla capacità dei governi di adeguare il sistema sanitario alle nuove esigenze e di sostenere quello previdenziale.

La situazione è preoccupante e il trend non promette nulla di buono. La mancata crescita della popolazione significa mancata immissione di forze fresche: meno nascite oggi, meno lavoratori domani. Nel 2017 il nostro paese ha registrato un saldo naturale negativo per 183 mila unità, ossia i morti hanno superato i nati di 183 mila unità. Elaborando i dati, l’Istat afferma che nel 2060 i nati potrebbero essere 400 mila e 800 mila i morti, con un saldo negativo di 400 mila”.

E'  da accogliere positivamente l’allungamento della vita media desta preoccupazione la prospettiva che fra un trentina d’anni oltre un terzo della popolazione avrà più di 65 anni. E quelli che hanno almeno 90 anni – oggi circa 700 mila – allora saranno 2 milioni e mezzo. Numeri davvero allarmanti: la mancanza di giovani comporta che la componente anziana diventi sempre più numerosa, una fascia di persone non produttiva e fragile sul piano sanitario alla quale occorrerà garantire cure adeguate attraverso un ripensamento di tutto il sistema anche delle RSA.

“L’interrogativo allora è: come coprire l’aumento dei costi se la fascia di popolazione attiva sarà sempre più esigua?”. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare gli assegni pensionistici. In altre parole: meno soggetti che producono risorse a fronte di un aumento del carico di spesa.

Ma cosa fare?

Un primo passo potrebbe essere quello di “avviare una seria politica demografica e familiare sostenendo la natalità non con misure disorganiche o frammentarie, ma con provvedimenti strutturali che aiutino realmente le coppie ad avere figli. Non basta il bonus bebè; servono serie politiche economiche, fiscali e abitative a favore delle famiglie, un sistema di tariffe più equo, servizi per la prima infanzia adeguati e a basso costo, congedi e misure di conciliazione famiglia-lavoro”.

Aiuti concreti “a chi desidera essere protagonista dell’investimento nel capitale umano di questo Paese, e non si tratta di inventare nulla: queste indicazioni sono già contenute nelle 40 pagine del Piano nazionale per la famiglia approvato nel giugno 2012 dal Consiglio dei ministri ma rimasto sulla carta. Manca purtroppo una cabina di regia con una visione di lungo periodo”.

 

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