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Anziani e RSA - La riabilitazione in geriatria

L’aumento delle malattie cronico-degenerative dovuto all’invecchiamento della popolazione ha provocato un rapido incremento del numero di persone disabili, portando quindi ad una crescita della domanda di servizi riabilitativi.

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L’importante espansione di questo nuovo bisogno assistenziale comporta sì dei costi sanitari ed economici  estremamente elevati, ma che risulteranno sicuramente inferiori a quelli determinati dalla disabilità, dove si considerino anche i costi umani difficilmente quantizzabili della perdita di qualità della vita del soggetto e della sua famiglia. La riabilitazione va quindi considerata un vero e proprio intervento terapeutico operato da figure professionali specificatamente qualificate, che operano non limitandosi a rieducare i deficit funzionali, ma intervenendo sull’individuo nella sua globalità con l’obiettivo di fargli raggiungere la migliore qualità di vita possibile sul piano psicofisico, funzionale e sociale, pur con le limitazioni dovute alla sua menomazione.  

“Non è la flessione di una gamba che ci dobbiamo prefiggere, ma la funzione della marcia, e la marcia stessa non è che un elemento del comportamento normale dell’uomo; dobbiamo pensare infatti che chi cammina, si alimenta e dorma, si metterà anche a sorridere…” (Vebersclag H.)

 

L’ANZIANO FRAGILE

“Sono stato invitato a tenere una conferenza in un corso per infermieri… Ho iniziato la mia lezione con la presentazione di questo caso clinico. La paziente è una donna che dimostra i suoi anni; non parla né capisce, mormora incoerentemente per ore; è disorientata nel tempo e nello spazio, talvolta però sembra riconoscere il proprio nome. Ho lavorato con lei durante gli ultimi sei mesi, ma tuttora non mi riconosce. Non ha alcun interesse per il proprio aspetto, deve essere nutrita, lavata e vestita dagli altri; non ha denti e per questo il cibo deve essere triturato. E’ incontinente e per questo deve essere costantemente cambiata; il suo vestito è generalmente sporco perché perde saliva. Non cammina e dorme in modo strano; spesso si sveglia durante la notte e le sue urla disturbano gli altri. Talvolta si dimostra amichevole e a volte e felice; spesso è agitata senza una causa apparente: allora urla forte finché qualcuno non va a consolarla.  Dopo la presentazione del caso chiesi alle infermiere quale fosse la loro reazione di fronte all’esigenza di prendere in carico una paziente come quella descritta. Usarono termini come “frustrate”, “depresse”, “disperate”, “irritate” per esprimere la loro condizione. Quando dissi che a me piaceva occuparmi di lei e che ritenevo che anche le infermiere avrebbero provato la stessa sensazione, il gruppo mi guardò incredulo. Allora feci girare tra loro una fotografia: mia figlia di sei mesi. Finito lo sbigottimento, chiesi perché era tanto più difficile prendersi cura di una donna di 90 anni piuttosto che di una di sei mesi con gli stessi sintomi. Eravamo tutti d’accordo che è fisicamente più facile prendersi cura di un bambino di sette chili che non di un anziano di quaranta, ma la risposta sembrava più profonda. Il bambino rappresenta una nuova vita, una speranza e una potenzialità quasi infinita. L’anziano demente, invece, rappresenta la fine della vita con scarse potenzialità di crescita. Dobbiamo cambiare la nostra prospettiva. Il paziente anziano è altrettanto degno di cure e di amore del bambino; quelli che finiscono la loro vita nella condizione di dipendenza meritano le stesse cure e la stessa attenzione riservate a quelli che iniziano la loro vita nella dipendenza” (Ruskin A.P. 1981)

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